Originariamente intitolato a “Vittorio Emanuele II”,  l’asilo d’infanzia “Teresa e Pietro Merlini” ha da poco compiuto 150 anni di età. Rappresenta la più antica istituzione cittadina dedita alla cura e istruzione infantile. Nel corso del tempo ha subito mutamenti di sede e cambiamenti statutari ma è andata sempre più acquisendo importanza e notorietà consolidando la propria vocazione.

Nel febbraio del 1863 una specifica commissione, presieduta da Cesare Paielli e composta da Agostino Piacentini Rinaldi, Federico Voltattorni e Napoleone Neroni, apriva una sottoscrizione per azioni da 5 lire, da versare obbligatoriamente per tre anni a favore di un ipotetico asilo d’infanzia e con il sussidio comunale e della Congregazione di Carità, a vantaggio dei bambini sambenedettesi “privati dei genitori o trascurati e che passavano la maggior parte del loro tempo per le strade”. Per cura e iniziativa del Comune poi, in occasione della festa nazionale che ricordava la promulgazione dello Statuto Albertino, domenica 5 giugno 1864, in alcuni locali dell’ospedale di via Pizzi, veniva ufficialmente inaugurato l’Asilo Infantile. Con cinque aule, gestite dalle suore di carità con l’ausilio di due maestre e di quattro assistenti, l’asilo restava aperto dal 15 ottobre al 15 luglio. I bambini, opportunamente stimolati, (…) si ricreano col canto, con la ginnastica e con i giochi e non vengono torturati coll’abuso dei consueti esercizi mnemonici. Durante la giornata i bambini hanno un’abbondante e buona minestra per la quale pagano 75 centesimi al mese. I poveri vengono esentati da questa tassa (…).

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Il primo anno aveva 134 iscritti: 76 maschi e 58 femmine mentre nel 1899 i bambini salirono a 250 circa. Oltre al sussidio comunale, l’Asilo introitava poche rette e tanta beneficenza: puntuali i proventi che annualmente arrivavano grazie alle cartelle vendute in occasione della tombola della Festa della Madonna della Marina.

Dalla sua istituzione e fino al 1886 l’asilo venne diretto da Suor Maria Gorgeroux (1816-1886), francese della Borgogna, dell’ordine di S. Vincenzo de’ Paoli (Figlie della Carità), morta di colera per aver contratto il vibrione assistendo, incurante del pericolo, i sambenedettesi colpiti. Alla morte di Suor Maria Gorgereaux venne nominata direttrice dell’asilo d’infanzia e dell’ospedale la senese Suor Agnese (al secolo Luisa) Bruschi sostituita poi, dal 1904 al 1937, dalla fiorentina Suor Luisa Baldassini alla quale si deve la nascita del “Laboratorio e dopo scuola pomeridiano”, sorto proprio in seno all’Asilo per l’insegnamento di ricamo, cucito e maglieria in seguito gestito dall’indimenticabile Suor Maddalena (al secolo Elena) Minelli.

A San Benedetto le suore dell’ordine delle “Figlie della Carità”, meglio conosciute come le “Cappellute” – per il tipico e ingombrante cappello di tela inamidata in uso fino al 1964 – sono rimaste sino al 1997 e da quell’anno alla gestione dell’asilo sono subentrate le Suore dell’Immacolata Concezione.

Lo Statuto organico dell’asilo, composto di 55 articoli, arrivato solo nell’ottobre del 1873 e decretato con regia disposizione del 29 settembre 1874, veniva uniformato alla legge sulle istituzioni di beneficenza nel settembre del 1896, quando ormai l’asilo era presso alcuni locali dell’attuale scuola media “G. Sacconi” prima del trasferimento, nel novembre del 1908, presso la struttura opportunamente costruita e voluta dall’ex sindaco Filippo Leti. Durante la prima guerra mondiale l’asilo rimase aperto anche nei periodi estivi per garantire un aiuto ai figli dei militari al fronte. Solo in alcuni casi l’Asilo rimase chiuso per timore di diffusione di scarlattina.

L’Amministrazione dell’Asilo d’Infanzia, con deliberazione del 2 maggio 1923, accettava il lascito di Teresa Camozzi vedova Merlini consistente in tre terreni a poderi, con rispettive case coloniche situati lungo la strada “aprutina” in territorio di Monteprandone (Porto d’Ascoli), della superficie complessiva di ettari 20,50,10, oltre ad una serie di zone urbane, sub urbane, giardini, terreni edificabili, casa di abitazione con bottega e giardino annesso (sita in piazza del Mercato, oggi piazza C. Battisti, nell’incasato urbano di San Benedetto di 3 piani per un totale di 15 vani), titoli di debito pubblico consolidato 5% e buoni del tesoro ammontanti in complesso al capitale di nominali £ 98.100. A seguito delle condizioni imposte dalla donatrice, lo statuto dell’Asilo veniva ulteriormente modificato nel maggio del 1923, all’art. 1, riguardante la nuova intitolazione e all’art. 35 con la esplicita norma con la quale si affidava l’educazione e l’istruzione dei bambini a maestre appartenenti a ordini religiosi. La grande casa di Teresa Camozzi venne venduta qualche anno dopo mediante licitazione privata col sistema della scheda segreta su di una base d’asta prestabilita. Tra Maddalena Palestini vedova Cameranesi e Filippo Mascarini ebbe maggior fortuna quest’ultimo. Negli anni venti le suore erano coadiuvate da personale messo a stipendio: Rosa Marconi, Carmela Massetti, Maria Caffarini e Zefferina Marinucci.

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Nel novembre del 1930 i bambini iscritti erano 250, con 47 esclusi temporaneamente per mancanza di

ocali ma ammessi mano a mano che si fossero create disponibilità, di cui 149 paganti proporzionalmente al reddito della famiglia e 101 gratuiti. Nel marzo del 1933 veniva posta la prima pietra del nuovo edificio costruito sul terreno attiguo alla sede, acquistato da Ludovico Saladini Pilastri. Su disegno di Orlando Grifi, il nuovo edificio veniva inaugurato il 28 ottobre dello stesso anno. A suor Luisa Baldassini subentrò suor Iginia Dionisi, originaria di Loreto, aiutata dalle consorelle e da Rosa Paolini, cuoca, oltre che da Maria Lazzari, Elda Mascaretti, Lucia Piergallini, Elisabetta Scartozzi e Lucia Palestini, sostituita poi da Lucia Bergamaschi.

L’Asilo, anch’esso colpito dai bombardamenti della seconda guerra mondiale nonostante gli opportuni segnalamenti apposti sul tetto quale struttura di carattere socio-educativo (rettangolo contenuto in campo di colore giallo e diviso con una diagonale in due triangoli, uno di colore nero e l’altro bianco), nel dopoguerra venne restaurato e successivamente ampliato e sopraelevato.

Chi era Teresa Camozzi?

Alta, robusta di corporatura, nerissima di capelli e scura di carnagione, Teresa Camozzi era nata a San Benedetto il 15 marzo del 1862 da Eugenio Camozzi, caffettiere di professione, e da Elisabetta Pompei. Cugina di Adolfo De Carolis, aveva, tra gli altri, anche un fratello, don Ulderico, protoparroco della Chiesa della SS. Annunziata a Porto d’Ascoli. Aveva sposato, appena diciottenne, Pietro Merlini, proprietario di un negozio di ferramenta su piazza del Mercato (attuale piazza C. Battisti), al quale diede, nel 1881, Giuseppe Tiburzio e, nel 1885, Luigi.

Mentre l’attività del coniuge favoriva sempre più l’incremento di denaro e capitali con terreni ed immobili sparsi un po’ ovunque, la sorte stava per giocarle un brutto scherzo. La vigilia di Natale del 1891 le portava via il figlio primogenito e l’autunno dell’Anno Santo 1900 le moriva anche Luigi, il figlio più piccolo. Non ebbe altri figli e la tragedia che colpì la sua famiglia si fece ancora più dura dopo la morte del marito avvenuta a Porto d’Ascoli nel 1915. A rilevare il negozio di ferramenta ci pensò Domenico Malavolta, che da Cossignano era sceso a San Benedetto. Nel luglio del 1922 Teresa Camozzi stilò il testamento olografo e dopo lunga malattia morì nella casa di proprietà il 21 ottobre dello stesso anno. Ecco il testo di quelle disposizioni:

Sana di mente e di corpo desidero disporre delle mie sostanze come appresso: nomino esecutore testamentario il sig. Marino Merlini di qui del fu Giuseppe Merlini perché di tutti i miei beni mobili ed immobili disponga secondo dopo la mia morte come segue: al mio nipote Eugenio 1° (Camozzi) di Francesco, uno casino col terreno di circa tavole dodici, sito in territorio di Monteprandone contrada Porto d’Ascoli (terreno già Montani) coltivato dal colono Stracci. Detta proprietà non dovrà mai essere venduta. N. 12 azioni del Credito Adriatico già Banca di S. Benedetto. £ quindicimila da consegnarsi il giorno delle sue nozze, altrimenti andrà a beneficio del mio erede universale. All’altro mio nipote Eugenio 2° (Camozzi) fu Tommaso, l’altra porzione del terreno di circa tavole dieci (già Congregazione di Carità di Ascoli) colla casa colonica coltivato dal colono Stracci. N. 12 azioni della Banca di Sambenedetto. £ quindicimila da consegnarsi il giorno delle sue nozze, altrimenti andrà a beneficio del mio erede universale. L’ultimo buono del Tesoro 12 luglio lo lascio a mio fratello Francesco. Lire duemila a Romani Biagio del fu Pasquale. Lire cinquemila all’Ospedale di S. Benedetto. Voglio che tutti questi legati vengano pagati il giorno del primo anniversario della mia morte. Voglio che si celebrino dal Parroco di Porto d’Ascoli venti messe all’anno in suffraggio dell’anima mia e di mio marito e figli. Lascio a Rita Scipi in Guidi tutto l’arredamento completo di mobiglia esistente nella mia camera da letto, camera attigua, sala da pranzo e salotto della mia casa in S. Benedetto ed inoltre gli lascio tutti gli oggetti d’oro che porto in dosso. Lascio alla Mora (mia donna di servizio) un letto completo con tre paia di lenzuola e federe e tutta la legna che sta nella cantina. Tutto il rimanente venga intestato all’asilo di S. Benedetto che nomino erede universale, desiderando che venga intestato col nome di Pietro e Teresa Merlini, e che venga diretto da Suore di educazione ed istruzione per i bambini poveri del mio paese.

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